Vin Santo del Chianti DOC

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Un piacevole momento di fine pasto fra amici, allietato da risa, chiacchiere e dalla dolce fragranza dei cantucci di Prato. È così che nelle tavole toscane viene bevuto il Vin Santo del Chianti, dove i cantucci vengono immersi nel calice di vino per essere meglio gustati. Tante sono le ipotesi e le leggende sorte attorno al nome di questa celebre DOC toscana, le cui origini risalgono al Rinascimento Fiorentino. Una delle ipotesi più accreditate è che il Vin Santo del Chianti venisse bevuto durante il periodo dell’eucarestia, da qui l’appellativo Santo. Un’altra ipotesi è che venissero indicati col nome di Santo tutti i vini dolci assimilabili a quello prodotto nell’isola Greca di Santorini che, nel periodo in cui l’isola cadde sotto il dominio dell’impero ottomano, veniva commercializzato in tutto il Mediterraneo dai veneziani. Un’ultima ipotesi è invece che il vino si chiamasse Santo poiché al periodo di fermentazione delle uve viene dato avvio durante la Settimana Santa. La storia del Vin Santo lega indissolubilmente quest’eccellenza enoica toscana alle magnifiche colline in cui è prodotta. Per questo nel 1997 ha ottenuto per decreto ministeriale la denominazione di origine controllata. Le zone interessate da questa DOC dai riflessi d’ambra sono i colli aretini e quelli fiorentini, i colli senesi e quelli pisani e, infine, i terreni dei comuni di Montalbano, Montespertoli e Rufina. Due sono le varietà di Vin Santo ammesse dal disciplinare di produzione. La prima, dal colore dorato intenso volgente all’ambrato e dal gusto secco, vede come base ampelografica un blend di Malvasia Bianca lunga e/o Trebbiano per un volume minimo del 70%, con la possibile aggiunta di altri vitigni di zona. La seconda, chiamata Occhio di Pernice, vede invece come vitigno principe il Sangiovese, per un volume non inferiore al 50%, cosa che dona a questa seconda tipologia un colore rosato carico di riflessi e un gusto più morbido. La tipologia Vin Santo e Occhio di Pernice vengono lasciate invecchiare in botti di legno per tre anni prima dell’imbottigliamento. Vi è poi la tipologia Riserva che, prima della commercializzazione, viene lasciata in affinamento per un periodo non inferiore ai 4 anni.

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